Africa e Italia, finanza e imprenditorialità al femminile: una giornata di dialogo al Centro Congressi Villa Aurelia

Roma, 5 marzo 2026 – Al Centro Congressi Villa Aurelia di Roma si è svolta la seconda giornata di Italia Africa Business Week. Una giornata intensa e ricca di visioni, incontri e storie concrete provenienti da ogni angolo del continente africano. Un dialogo vivo tra istituzioni italiane e africane, imprese, organizzazioni internazionali e rappresentanti della diaspora, uniti da una stessa prospettiva: costruire ponti duraturi tra due continenti. Al centro del confronto, temi cruciali per il futuro condiviso: filiere agroalimentari sostenibili, strumenti finanziari innovativi, ruolo delle diaspore nella transizione verde, leadership femminile e nuove forme di partenariato nel settore tessile e manifatturiero.

Cooperazione e partenariato: dalle filiere alla blockchain

La tavola rotonda mattutina, moderata da Grazia Sgarra (AICS), ha offerto uno spaccato concreto di come la cooperazione internazionale possa trasformarsi in opportunità reali per i territori. Interessante il contributo di Piergiorgio Di Carmine (JV Alma) che ha raccontato l’esperienza di un progetto in Kenya che mette al centro le comunità locali: formazione, inclusione sociale ed educazione all’acqua come leve per costruire sviluppo duraturo.

A mostrare come tecnologia e trasparenza possano rafforzare le relazioni economiche globali è stato Alessandro Chelli, CEO di Trusty Agrifood, che ha mostrato il funzionamento della piattaforma blockchain per la tracciabilità delle filiere agroalimentari. Il caso della Costa d’Avorio – primo esportatore mondiale di cacao – dimostra come strumenti digitali avanzati possano garantire qualità, trasparenza e valore lungo tutta la catena produttiva.

Particolarmente significativa la testimonianza di Estelle Konan, che ha ripercorso il cammino della Cooperativa Yorsan proprio in Costa d’Avorio: da azienda beneficiaria di progetti di sviluppo a partner attivo. Oggi duecento agricoltori biologici certificati lavorano con sistemi GPS e strumenti digitali di tracciabilità, trasformando innovazione e sostenibilità in opportunità di crescita.

A ricordare quanto l’economia globale sia fatta anche di relazioni umane è stata Vania Pellizzaro di StoneX Payments, azienda presente in 180 Paesi con 370 banche corrispondenti: ogni progetto, ha sottolineato, ha bisogno di sistemi di pagamento sicuri e affidabili, costruiti sulla fiducia e non solo sulle singole transazioni.

Diaspora e transizione verde

Il panel dedicato alle diaspore ha acceso i riflettori su una risorsa strategica ancora troppo spesso sottovalutata nel dibattito globale, ma sempre più centrale nelle dinamiche di sviluppo tra Europa e Africa. Il moderatore Jason Theede (IOM Vienna) ha definito le diaspore «una delle forze più sottostimate nella transizione verde»: comunità capaci di mettere in connessione competenze, capitale umano e investimenti tra Paesi di origine e Paesi di residenza, creando ponti di conoscenza e opportunità.

In questo quadro, anche le rimesse assumono un significato che va ben oltre il semplice sostegno economico. Sam Huckstep (Center for Global Development) ha sottolineato come, in molte aree rurali, queste risorse rappresentino un vero strumento di resilienza climatica, permettendo alle famiglie di adattarsi agli effetti dei cambiamenti ambientali e di investire in attività agricole più sostenibili.

Su questo terreno si inserisce anche il ruolo delle politiche pubbliche. Maria Ludovica Gualtieri (AICS) ha ricordato che la Legge 125/2014 riconosce formalmente la diaspora come protagonista dei processi di sviluppo: oggi oltre cento organizzazioni partecipano ai tavoli di confronto e progettazione. Rimane tuttavia una sfida aperta l’accesso al credito per la diaspora femminile, che continua a incontrare ostacoli più rilevanti.

A offrire una prospettiva più ampia sul fenomeno sono stati i dati presentati da Mauro Martini (IFAD): ogni anno circa 700 miliardi di dollari vengono inviati dai migranti verso i Paesi d’origine, con una quota significativa destinata alle aree rurali e spesso reinvestita proprio nel settore agricolo.

Numeri che mostrano la portata di queste risorse e che si collegano a una questione più ampia di sviluppo economico. Federico Bonaglia (OCSE) ha ricordato infatti che, per sostenere una crescita strutturale del PIL africano, sarebbero necessari circa 160 miliardi di dollari di investimenti l’anno: mobilitare capitali privati – oggi fermi all’11% – resta quindi una delle sfide più urgenti per accompagnare il potenziale di crescita del continente.

Focus Senegal: l’anno dell’economia sociale e solidale

Pietro Pinto di Amref ha moderato il panel dedicato al progetto “Investo in Senegal” durante il quale sono emersi diversi contributi sul ruolo della diaspora, delle istituzioni e delle imprese nello sviluppo del Senegal e, più in generale, delle relazioni tra Africa e Italia.

Sei voci diverse, un filo conduttore unico.

Marta Sachy (Amref Health Africa) ha aperto con le domande essenziali: come trasformare le politiche in azioni reali? Come valorizzare l’interconnessione tra le due sponde? Giovanni Grandi (AICS Dakar) ha risposto con una lettura del contesto: l’economia senegalese è ancora largamente informale, ma proprio qui risiedono le opportunità. L’economia sociale e solidale, insieme a strumenti come il diaspora bond e il Piano Mattei, può aprire la strada alla formalizzazione — come dimostra chi, rientrato dall’Italia, ha scelto di investire nel proprio villaggio e nella propria comunità d’origine.

Dal fronte istituzionale senegalese, Ndeye Deguene Sow (Ministero della Microfinanza) ha ricordato che il 2026 è l’anno dell’Economia Sociale e Solidale: non una dichiarazione, ma un programma operativo, sostenuto da strumenti come FONAMIF e PACTIFU. Mauro Borin (E4Impact Foundation), presente in 21 Paesi africani, ha aggiunto che la vera sfida è quella delle competenze manageriali: senza governance solida, nessuna connessione tra mercati regge nel tempo.

Ciro Ascione (Confindustria Assafrica) ha portato la voce delle PMI italiane: il business matching con le imprese africane non è commercio, è trasferimento di cultura d’impresa. A chiudere, Kilap Gueye (Associazione Disso Senegal) ha ricordato l’essenziale — investire nei giovani senegalesi affinché possano costruire il loro futuro in Senegal, senza dover partire.
Una responsabilità che appartiene a tutti.

Gli strumenti finanziari per l’internazionalizzazione

Sul fronte degli strumenti finanziari, è stato Bernardo Bini Smaghi, esperto in finanza per lo sviluppo e membro del neonato Comitato scientifico di IABW, a presentare il panel e i protagonisti italiani e africani esperti di internazionalizzazione.

Ngueto Tiraïna Yambaye – Direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale ed ex ministro dell’Economia del Ciad – ha presentato il FAGACE (Fonds Africain de Garantie et de Coopération Économique), illustrando il ruolo del Fondo come facilitatore di accesso al credito per progetti pubblici e privati in 14 Paesi africani. Yambaye si è posto come intermediario tra gli enti finanziari italiani e africani e ha lanciato la proposta di un vero e proprio incontro istituzionale per velocizzare l’attuazione del Piano Mattei.

Stefano Lo Savio (UFAD) ha sottolineato che gli strumenti finanziari innovativi funzionano solo se riducono il rischio percepito e attraggono capitale privato, che porta anche visione e progettualità. I progetti devono nascere dal territorio, integrarsi con le realtà locali e puntare a una sostenibilità economica e umana. Lawrence Bartolomucci (MEF) ha evidenziato gli strumenti concreti che rendono possibili gli investimenti in contesti complessi: garanzie sui rischi politici, coperture per danni fisici, interruzione delle attività e convertibilità valutaria. Il MEF funge da facilitatore istituzionale, come dimostrano gli investimenti ENI in Kenya e l’espansione dell’IFC a Roma.

Anco Marzio Lenardon ha offerto una prospettiva più ampia: l’Africa, con 2,2 miliardi di abitanti previsti entro il 2040, rappresenta il continente del futuro e un fulcro della transizione ecologica. ETC supporta le imprese a operare in questi mercati correggendo percezioni di rischio distorte. Il messaggio chiave: i governi africani non cercano assistenza, ma partner, come dimostra il successo del Piano Mattei.

Nel panel sono intervenuti poi i rappresentanti delle principali istituzioni finanziarie italiane. Paola Valerio (SACE) ha illustrato strumenti come garanzie e factoring, insieme alla collaborazione con African Finance Corporation e CDP. Giorgio Massotti (CDP) ha richiamato l’attenzione sul Fondo per il Clima da 4,2 miliardi di euro e sul Programma Terra, mentre Francesca Alicata (SIMEST) ha ricordato le opportunità offerte dallo strumento Misura Africa, che prevede finanziamenti agevolati – in parte a fondo perduto – per le imprese italiane attive nel continente.

Leadership femminile e un settore manifatturiero sostenibile

A chiudere la giornata è stata una tavola rotonda molto coinvolgente dedicata alla leadership femminile, moderata da Ada Ugo Abara (D-Tech 4Good), che ha portato al centro storie di impegno, resilienza e trasformazione.

Kulu Ghebremedhin, co-fondatrice di Asmara Living e CEO di Return2Rebuild, ha portato la sua esperienza di ritorno in Africa per costruire: un percorso fatto di scoperta delle proprie origini, sviluppo di competenze e capacity building. Attraverso il suo lavoro, Ghebremedhin supporta le donne della diaspora che desiderano trasferirsi, aiutandole a navigare culture e lingue diverse, e le connette con aziende locali in cerca di personale qualificato. Al centro della sua visione c’è una sfida culturale tanto quanto economica: guidare le donne da una mentalità orientata alle rimesse a una mentalità da investimento.

Il Professor Stefano Speranza dell’Università degli Studi della Tuscia e Delegato per le Relazioni Internazionali, ha affrontato il tema delle barriere che limitano l’accesso femminile ai ruoli dirigenziali, portando l’esperienza concreta del suo ateneo. Secondo Speranza, la leadership femminile non è un tema collaterale, ma una variabile strategica che incide direttamente sulla competitività delle filiere produttive. Ha sottolineato con forza che la parità di genere non deve rimanere confinata nei laboratori: le donne devono entrare a pieno titolo nelle politiche gestionali. Il suo intervento si è articolato attorno a tre direttrici strategiche – ricerca, imprenditorialità femminile e pieno accesso alla conoscenza – e ha utilizzato più volte il verbo “accompagnare”, inteso come camminare insieme.

Riprendendo Speranza, Dominique Maria Domingos, ricercatrice e imprenditrice della diaspora angolana, ha sottolineato quanto la formazione sia cruciale nello sviluppo imprenditoriale femminile e ha portato l’esempio concreto del suo business: Queen Eco Solutions e Kiand Cosmetics, il primo brand italiano di skincare per pelle nera (e bianca).

L’Ambasciatrice Mumtaz Kassam ha condiviso il suo percorso di ritorno in Uganda come avvocatessa, dove oggi lavora per rafforzare la presenza femminile nelle istituzioni e migliorare l’accesso alla giustizia. Il suo messaggio è stato chiaro: «Investire nella leadership delle donne non è una scelta opzionale, ma un imperativo».

Il ruolo delle donne emerge con forza anche nei contesti segnati dai conflitti. Fatma Megrahi (Taps International) ha raccontato i processi di ricostruzione in paesi come Libia e Ucraina, dove spesso sono proprio le donne a ricucire il tessuto sociale delle comunità e ad aiutare le famiglie a riprendersi dai lutti legati alla guerra.

Lo sguardo si è poi spostato sul panel relativo al settore tessile e manifatturiero moderato da Inelida Franselina Soares, Chief Executive di IABW. Simone Cipriani (École des Ponts Business School) ha invitato con piglio deciso a superare l’etichetta generica di “moda africana”, parlando piuttosto di moda del Kenya, del Marocco o del Ghana, valorizzando identità locali, standard etici e condizioni di lavoro dignitose.

Un esempio concreto è stato portato da Alessandro Gallo (Neo B-Lab / Doria-1905), che ha presentato la collaborazione con le donne di Kibera: una capsule bag nata dall’incontro tra design italiano e artigianato locale, ma soprattutto l’inizio di un progetto culturale destinato a crescere nel tempo.

A tracciare la prospettiva futura è stata Francesca Laschiazza (AICS), che ha indicato quattro direttrici strategiche per rafforzare la cooperazione tra Italia e Africa: formazione e certificazione dei talenti, tecnologie adattate ai contesti locali, connessioni con i mercati internazionali e valorizzazione delle differenze culturali.

La giornata si è chiusa con una consapevolezza condivisa: il dialogo tra Africa e Italia può trasformarsi in una piattaforma concreta di innovazione e crescita condivisa. I Paesi africani e le loro istituzioni non chiedono aiuti, ma partner affidabili con cui costruire relazioni solide e durature.

In questa prospettiva, il rafforzamento delle relazioni economiche tra i due continenti passa attraverso connessioni più forti, strumenti finanziari innovativi, valorizzazione delle diaspore, leadership inclusiva e filiere produttive sostenibili. Un’agenda comune in cui finanza, imprenditorialità e leadership femminile diventano leve decisive per immaginare – e costruire – un futuro più equo, sostenibile e condiviso nel lungo periodo.

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